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Il Mediterraneo all’alba dell’umanesimo: i viaggi di Buondelmonti


La vicenda di Cristoforo Buondelmonti, come spesso accade nel primo Quattrocento, è meno lineare di quanto suggeriscano le semplificazioni successive ed è proprio per questo più istruttiva. Essa prese forma all’interno di reti culturali e finanziarie ben definite, in un Mediterraneo tutt’altro che stabile.

Cresciuto in una famiglia antica e ben inserita, Buondelmonti si formò nei luoghi in cui si intrecciavano realmente cultura, politica e diplomazia dell’Umanesimo fiorentino.

La scelta della carriera ecclesiastica rispose a una logica insieme spirituale e pratica. Amministrare una pieve o una parrocchia in città garantiva una rendita stabile e una posizione sociale riconosciuta. Nel suo caso, la parrocchia di Santa Maria sopr’Arno – oggi scomparsa, ma allora sotto il patronato dei Buondelmonti – gli assicurò continuità economica, autorevolezza e reputazione, fino al conferimento del titolo di archipresbitero. Una base solida che gli consentì di muoversi con autonomia e un ruolo ben definito.


Tuttavia la vera formazione del giovane Cristoforo avvenne al Circolo di Santo Spirito, uno dei luoghi promotori della prima stagione umanistica fiorentina. Da Niccolò Niccoli a Poggio Bracciolini, Leonardo Bruni, Palla Strozzi, Guarino da Verona – tutti allievi del magister greco Manuele Crisolora – Buondelmonti fu catturato dal nuovo spirito del tempo: la riscoperta dei classici, la corsa ai manoscritti greci, ma anche la necessità politica di ridefinire mappe, confini e identità culturali del Mediterraneo orientale, un’area che in quegli anni si stava rapidamente sgretolando sotto l’avanzata ottomana.

Che al Circolo e nei salotti fiorentini si discutesse di politica e di leggi, di filosofia morale e naturale, di matematica, di geometria e di cosmografia, faceva parte di una pratica intellettuale propria del primo Umanesimo, entro la quale la geografia non costituiva un semplice esercizio erudito, ma uno strumento conoscitivo funzionale all’azione politica.

Descrivere lo spazio significava renderlo leggibile e nominabile, dunque politicamente interpretabile: parlare di mappe voleva dire interrogarsi sui confini, sui traffici, sui pericoli e sugli equilibri del Mediterraneo orientale.


L’attenzione si concentrava sulle numerose piccole isole dell’Egeo ancora cristiane, sempre più esposte e progressivamente marginalizzate in un’area segnata dalla frattura tra latini e ortodossi e dalla potenza ottomana in continuo avanzare. Questa attenzione geografica e territoriale serviva a conoscere, descrivere e legittimare quei luoghi, a comprenderne la rete di potere ecclesiastico e civile e a garantire che la memoria cristiana e la presenza latina non fossero perse.

Non era un caso che molti di quei letterati collaborassero in vario modo con la diplomazia pontificia: la cultura serviva alla politica, e la politica aveva bisogno di nuove mappe e nuovi racconti, ma anche di vecchie legittimazioni, che fungevano da radice comune per rifondare un ordine cristiano, funzionale a un’egemonia latina, in un’area sempre più instabile.


Per un giovane come Buondelmonti, cresciuto tra solidi finanziatori come gli Strozzi e il Niccoli, diplomatici come Poggio e Bruni, far parte di un progetto culturale e politico consapevole, sorretto da mecenati e collegato alle strategie di Firenze nel Mediterraneo, avrebbe significato ritagliarsi un ruolo significativo nel panorama fiorentino e mediterraneo dell’epoca.

Le sue peregrinazioni nell’Egeo, il lavoro di mappatura, l’osservazione di luoghi sacri e delle rovine, tutto rispondeva a un’urgenza culturale e geopolitica condivisa dagli ambienti umanistici fiorentini.

Non si trattava solo di riportare a casa codici greci, ma anche di restaurare simbolicamente una geografia cristiana, di riaffermare un’eredità minacciata e di orientare il più possibile la politica occidentale verso un Mediterraneo che rischiava di sfuggire del tutto.

Certamente non fu l’avventura solitaria di un curioso prete fiorentino che, spinto da fervore umanistico, si improvvisa geografo, né la figura dell’ecclesiastico in missione che traffica occasionalmente in codici greci.

Per molti aspetti fu un vero pioniere, perché oltre a geografo e alla sua attività di abile procacciatore di manoscritti greci, promosse interessi antiquari per l’archeologia e l’epigrafia come nessuno prima di lui. Soprattutto mise in opera una guida da viaggio cartografica come nuovo genere letterario: il Liber Insularum Archipelagi, il libro delle isole egee, recuperando e rimettendo in circolo, in forma inedita, le conoscenze geografiche della tradizione medievale.


Tra il 1415 e il 1416, prima del Liber, compose la Descriptio Insulae Cretae, destinata a Niccolò Niccoli, nella quale sperimentò la forma della descrizione insulare come unità narrativa più eclettica. L’attenzione alle rovine, alle tradizioni locali, alle trasformazioni politiche in atto e soprattutto la combinazione di testo e immagine rivelarono un approccio nuovo alla rappresentazione dello spazio, capace di raccontare come le civiltà si sovrappongono e si trasformano.

Rispetto alla Descriptio, che si occupa solo dell’isola di Creta, il Liber è un resoconto scritto e disegnato di tutto l’arcipelago greco. Ognuna delle isole è descritta nei suoi dati climatici, economici e commerciali quanto naturali: dalle tipicità di frutta, cibo e pascoli alla qualità degli approdi portuali, dai rischi di pirateria fino alla presenza dei turchi, oltre alle ricchezze storico-culturali, molte anche precristiane.

Il fatto che il Liber Insularum Archipelagi sia dedicato al cardinale Giordano Orsini, figura di primissimo piano nella prima metà del XV secolo, coincide anche con un più ampio disegno strategico. Le sue descrizioni delle isole, delle loro fortificazioni, delle popolazioni, delle confraternite e dei monasteri costituiscono un materiale che oggi definiremmo “informativo”, quasi un dossier geopolitico in forma umanistica.

È dunque ipotizzabile che Buondelmonti abbia agito anche come una sorta di agens in rebus: un osservatore qualificato e affidabile, in grado di trasformare l’esperienza dei territori greci in conoscenza politicamente rilevante, vista la sua posizione di arciprete e di referente latino sul campo.

Al di là delle ipotesi, rimane il fatto che fu un ecclesiastico colto e ben inserito, che operò all’interno di un progetto umanistico consapevole, nel quale la geografia, la descrizione dei luoghi e la raccolta dei testi rispondevano a esigenze culturali e politiche concrete, nella consapevolezza che le sue mappe e i suoi racconti sarebbero stati strumenti politici tanto quanto culturali.

In ogni caso le sue opere restituiscono un Mediterraneo osservato, classificato e raccontato per essere compreso e, se possibile, preservato. Così, i suoi scritti rappresentano una delle prime forme di mediazione umanistica tra sapere classico, spazio contemporaneo e strategie di potere.


Fonti e riferimenti


M. A. Van Spitael (a cura di), Cristoforo Buondelmonti. Descriptio Insulae Cretae et Liber Insularum, Hèrakléion, 1981.

R. Weiss, Un umanista antiquario: Cristoforo Buondelmonti, in «Lettere Italiane», XVI/2 (1964).

A. Perreault, Le Liber Insularum Archipelagi: cartographier l’insularité comme outil de légitimation territoriale, in «Memini», 25 (2019).

C. Bec, Cultura e società a Firenze nell’età della Rinascenza, Roma, 1981.

J. P. A. Van der Vin, Travellers to Greece and Constantinople, vol. I, Leiden, 1980.

Cristoforo Buondelmonti, Liber Insularum Archipelagi, edizioni manoscritte e riproduzioni moderne.


Articolo di Alessandro Bellucci


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