641: Martina, la caduta dell'imperatrice
- Emanuele Rizzardi

- 1 giorno fa
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Martina, suo figlio Eraclio II e il figliastro ventottenne Costantino III avevano regnato per qualche mese in un clima di costante tensione e lotte interne per la supremazia.
Quando Costantino III muore di tubercolosi, nella tarda primavera del 641, Costantinopoli non reagisce con il silenzio composto delle successioni ordinate. Reagisce con il sospetto.
Il regno era durato troppo poco per lasciare un’eredità politica stabile, ma sufficiente per creare una colpo di coda contro chi era rimasto al potere.
Le fonti coeve, in particolare la tradizione che confluirà nella cronaca di Teofane Confessore, non esitano: la morte di Costantino III viene rapidamente associata a un avvelenamento. Un imperatore figurati se può morire di malattia, come un qualunque sfigato nei campi... deve essere PER FORZA successo qualcosa.
Martina diventa, suo malgrado, il bersaglio perfetto per le accuse perché è già compromessa agli occhi di molti:
ha sposato lo zio, Eraclio, violando norme morali e religiose. Viene considerata una sovrana illegittima e incestuosa
ha costruito la propria posizione a corte negli anni
ora appare come la beneficiaria diretta della morte di Costantino
la sua fazione a corte era senza dubbio meno forte e meno notevole di quella che spalleggiava Costantino
A questo si aggiunge un elemento spesso sottovalutato: la rapidità con cui la voce dell’avvelenamento si diffonde. In una capitale densamente popolata come Costantinopoli, il passaparola politico è un fattore determinante. Voci, accuse e insinuazioni non restano confinate nei palazzi: diventano opinione pubblica.
Il risultato è immediato: la sua autorità non viene riconosciuta, ma tollerata con crescente ostilità.
Un potere debole, politicamente isolato e funestato dalle invasioni arabe
Dopo la morte di Costantino III, il potere resta formalmente nelle mani del giovane Eraclio II, figlio di Martina.
Ma il vero problema è un altro: chi governa davvero?
Martina tenta di esercitare una reggenza attiva. Non si limita a essere madre dell’imperatore. Interviene, decide, si espone. Presiede cerimonie, influenza nomine, cerca di controllare i canali decisionali. Non lo fa perché è avida di potere, perlomeno non sembra. Il suo scopo è quello di cementare la stabilità del figlio, minorenne, politicamente debole e seduto precario sul trono.
Inoltre, la sua posizione è indebolita da un problema strutturale: non dispone di una base autonoma di sostegno nell’esercito. Senza l’appoggio delle truppe, ogni autorità imperiale resta esposta. Costantino III ha dato enormi tangenti all'esercito, e ora Martina non ha altri soldi per poterlo "comprare".
Le cronache parlano di una capitale inquieta, attraversata da tensioni sotterranee che ora emergono in superficie.
Il malcontento non nasce all’improvviso: cresce, si stratifica, si organizza. Tre gruppi convergono progressivamente contro Martina:
il popolo urbano, sensibile alla propaganda e agli scandali morali
il Senato, che è sempre stato ostile a Martina
l’esercito, vero arbitro finale del potere imperiale
Ma c’è anche un quarto attore, meno visibile ma fondamentale: la corte stessa. Funzionari, eunuchi, dignitari che iniziano a ricalibrare le proprie alleanze. Quando percepiscono che il potere di Martina vacilla, smettono di sostenerla.
Il punto di svolta è politico, non militare: emerge la figura del figlio di Costantino III, il futuro Costante II.
Settembre–novembre 641: la rivolta di Valentino e il crollo del regime
La situazione si deteriora rapidamente.
Le truppe dell’Asia Minore — decisive nella politica imperiale — si schierano contro Martina. Non è solo una ribellione: è una presa di posizione sulla legittimità dinastica.
Il messaggio è chiaro: il trono deve passare al ramo di Costantino III.
Questa dinamica rivela un elemento cruciale del sistema imperiale: l’imperatore non è semplicemente erede per diritto, ma deve essere riconosciuto come tale da una pluralità di attori — esercito, capitale, élite amministrativa.
Quando l’esercito si muove verso Costantinopoli, Martina è già politicamente sconfitta. Le resta solo il potere formale, privo però di qualsiasi forza reale.
Quando si arriva all’autunno del 641, la posizione di Martina non è più semplicemente fragile: è strutturalmente insostenibile. Tenta delle manovre disperate: promette donazioni ai soldati con monete che non ha, cerca di mediare un governo nuovo proponendo un nuovo augusto in Davide, il fratello minore di Eraclio II... ma a questo punto, perché i ribelli dovrebbero scendere a patti con chi è già sconfitto?
L’ascesa di Valentino e la caduta di Martina
Il protagonista della fase finale è Valentino, un ufficiale di origine armena (ruolo attualmente incerto), che comprende prima di altri una verità essenziale: a Costantinopoli il potere è già vacante, anche se formalmente occupato.
Valentino non si presenta come usurpatore, ma si presenta come restauratore dell’ordine.
Nel VII secolo, l’impero sta già evolvendo verso un sistema in cui i grandi comandi militari provinciali (i futuri temi) hanno un peso crescente. Il sostegno delle truppe non è un elemento accessorio: è la base reale del potere.
Valentino costruisce il proprio consenso su tre elementi:
difesa della legittimità dinastica (Costante II)
opposizione a Martina, ormai percepita come illegittima
promessa implicita di stabilità in un momento di crisi
La sua avanzata verso Costantinopoli non è una marcia disperata, ma un’operazione politicamente preparata.
Quando le forze legate a Valentino arrivano alle porte della capitale, lo scontro armato su larga scala non avviene
Le élite cittadine, il Senato e i vertici ecclesiastici convergono su una soluzione: riconoscere Costante II come unico imperatore legittimo.
Dopo il settembre del 641 scoppiò una grande rivolta e l'esercito saccheggiò il raccolto sulla sponda asiatica del Bosforo. In quel mese, Martina perse l'appoggio di uno dei suoi devoti seguaci, Pirro di Costantinopoli, che abbandonò la città dopo essere stato ripetutamente assalito e perseguitato.
Tra ottobre e novembre 641, Martina e il figlio Eraclio II vengono ufficialmente deposti.
Non c’è resistenza significativa. La tradizione vuole che Valentino, mosso a pietà, non volesse uccidere una donna e un ragazzo, quindi abbia ordinato che venissero SOLO mutilati e poi esiliati a Rodi, dove sarebbero morti per le ferite o comunque poco tempo dopo.
Un articolo di Emanuele Rizzardi e Giovanni Cerva
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