Bisanzio al cinema. Come ridere degli stereotipi:
- Emanuele Rizzardi

- 2 ore fa
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Non sono molti i film che ci parlano del mondo romano-orientale e, più in generale, di Bisanzio. Purtroppo si tratta di un campo ancora quasi del tutto inesplorato dal cinema, specialmente da quello europeo, e non possiamo fare altro che sperare in un rinnovamento futuro o in una maggiore curiosità verso questo universo storico così complesso e affascinante. Ci sono però alcuni titoli interessanti, spesso indiretti o caricaturali, e questa sera vorrei accennare ad uno di essi, che gode anche di una certa fama, ossia L’armata Brancaleone, film italiano del 1966 diretto da Mario Monicelli.
L’opera è volutamente comica, a tratti grottesca, e non ha ovviamente alcuna pretesa di essere storicamente accurata. Tuttavia ha un grande pregio: quello di portare sullo schermo – e in quel caso, per la prima volta in modo così esplicito – tutti gli stereotipi che gli italiani e gli europei occidentali avevano, e in parte hanno ancora oggi, sul mondo “bizantino”. Proprio grazie alla sua natura parodica, il film finisce per essere una sorta di catalogo visivo e caratteriale di questi luoghi comuni.
Nella storia, il cavaliere errante Brancaleone da Norcia e il suo piccolo e sgangherato gruppo di seguaci sono in viaggio per la conquista del feudo di Aurocastro nelle Puglie, in un mondo fantasioso ma che sembra vagamente ambientato al tempo della prima crociata. Il viaggio tocca alcune aree dell’Italia centrale e meridionale, restituendo un Medioevo sporco, violento e assurdo, più immaginato che reale. I personaggi parlano in un italiano inventato, che richiama in qualche modo quello antico, ma che in realtà ne è una parodia consapevole e raffinata. Ad un certo punto i nostri “eroi” raggiungono il castello di un nobile che chiamano esplicitamente “bizantino” e hanno un incontro poco fortunato con lui e i suoi soldati, nel momento in cui cercano di estorcergli del denaro.
Dal punto di vista estetico, i “bizantini” sono immediatamente riconoscibili e volutamente caricaturali: indossano abiti stravaganti, ricchi di colori accesi e stoffe improbabili, mentre le donne sono velate e avvolte in lunghe vesti nere; anche alcuni uomini, curiosamente, seguono questa moda. L’ambiente è pittoresco ma decadente, quasi orientaleggiante: ci sono uccelli esotici, nani con strane capigliature, servi muti e un fantomatico trono di marmo che richiama un’idea di lusso antico e incomprensibile. Anche il comparto sonoro contribuisce alla sensazione di estraneità: i suoni sono strani e confusi, le voci degli abitanti eccessivamente acute, cantilenanti o volutamente caricaturali.
Il carattere dei “bizantini” evidenzia in modo molto preciso gli stereotipi di cui ho accennato: sono persone infide, superbe, bugiarde, dai costumi bizzarri e con gusti impensabili per un “italico” medievale. Bevono vino bollente, mangiano uova crude e seguono rituali complicati, ripetitivi e noiosi, che sembrano non avere alcun senso pratico. Il loro “duca” si veste in un modo che ricorda vagamente i vescovi latini, mescolando sacralità, potere politico e ridicolo, secondo una visione tipicamente occidentale del mondo bizantino.
Viene detto apertamente che sono incestuosi e arroganti, con un “sangue prezioso e malato mischiato a sé stesso”, e dediti a ogni pratica sessuale possibile: “membra febbrili dedite ad ogni amplesso”. È una rappresentazione estrema, ma non casuale, che ricalca accuse antiche e persistenti rivolte a Bisanzio già in età medievale, soprattutto in ambito latino.
Ci vengono fatti anche alcuni esempi concreti di come questi “bizantini” siano pericolosi e poco raccomandabili. Il personaggio di Teofilatto, ad esempio, racconta che sua zia Teodora “fece uccidere il suo sposo con un pugnale avvelenato per compiacere il suo amante”, richiamando l’idea di una corte dominata da intrighi, veleni e tradimenti. Anche i soldati del duca sono armati di frecce avvelenate, ulteriore segno di una guerra percepita come sleale e subdola.
Io vi consiglio comunque di guardare il film per quello che è, senza cercarvi ricostruzioni fedeli o messaggi storici profondi, perché vi farà fare ben più di una risata e, allo stesso tempo, permette di capire molto bene come Bisanzio fosse immaginata nell’Italia del secondo dopoguerra.
Un altro film che mi sento di consigliare è Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, film del 1984 sempre di Monicelli, già autore del sopracitato Brancaleone. Anche qui ci troviamo davanti a un’opera comica, grottesca e fortemente macchiettistica, che ripropone alcune tipiche storie ambientate nel Medioevo italiano, ispirate al Decameron o ad altri scritti del tempo.
I personaggi sono volutamente assurdi, parlano in dialetto o utilizzano parole maccheroniche inventate, gli abiti e i paesaggi sono totalmente inaccurati. ATTENZIONE però: queste scelte non sono frutto di ignoranza, ma sono pienamente volute. Il film ha lo scopo di esorcizzare e prendere in giro tutti gli stereotipi falsi sul Medioevo che, purtroppo, ancora oggi molte persone credono veri, spesso proprio a causa di certa cinematografia americana: lo ius primae noctis, la sporcizia onnipresente, gli ambienti grigi e spogli, i re malvagi, le streghe ovunque, e così via.
In uno dei racconti che compongono la narrazione, re Alboino dei Longobardi deve dare in sposa sua figlia Anatrude all’esarca di Ravenna, “il celeste signore Teodoro il Macilento”, a patto che essa sia vergine. Anatrude non vuole, perché ama un altro uomo, e questo porterà a escogitare un piano per invalidare le nozze e aggirare l’accordo politico.
I “bizantini” sono rappresentati con tutti gli stereotipi che l’Occidente ha verso di loro, ma qui risultano ancora più amplificati. Sono rigidi, vecchi, ingessati, vestiti con abiti impossibili che ricordano vagamente quelli dei vescovi, ma completamente bianchi e chiusi con cinghie; hanno un trucco pesantissimo, rossetto vistoso, collane gigantesche, e alcuni portano addirittura enormi vetri o icone fissate sulla schiena. I soldati, invece, sembrano vagamente ispirati alle truppe della rivoluzione greca del 1821, in un miscuglio anacronistico volutamente assurdo.
Uno degli ambasciatori porta al guinzaglio un cucciolo di tigre, un altro una gigantesca icona dell’esarca Teodoro, che è una caricatura evidente dei mosaici di Ravenna raffiguranti Giustiniano. Dell’ambasceria fanno parte, oltre ai soldati e all’interprete, il megaduca Solimneno, con voce da eunuco e la passione per le uova crude; l’assaggiatore di corte Karazan, che porta un cesto di vivande e una sorta di aureola sulla testa; il patriarca Spiridione X, con un copricapo alto fino al soffitto; e Calibrano, conte di Efeso, che tiene in mano una miniatura di una basilica.
Gli ospiti di Alboino risultano ancora più assurdi se messi a confronto con la corte longobarda, che è spoglia, fredda e rozza. I Longobardi sono vestiti come popoli delle steppe, re Alboino brandisce una clava e indossa un abito che sembra uscito dalle carte da gioco; parla con un marcato accento napoletano, mentre sua moglie è nera e parla con accento romano, in un ulteriore gioco di straniamento.
Suggerisco di vedere il film non solo per questa breve ma memorabile rappresentazione del mondo dell’esarcato e dei suoi stereotipi – che dura meno di dieci minuti – ma anche per l’insieme di eventi e situazioni che coinvolgono tutta l’Italia, offrendo una satira feroce e intelligente del Medioevo immaginato dagli italiani moderni.
Un articolo di Emanuele Rizzardi:
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