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Le adozioni all’epoca di Giustiniano I (VI secolo):



Immaginate di essere una simpatica coppia di Romani nella Costantinopoli del 550. Tra guerre, pestilenze e difficoltà economiche — anche a seguito della devastante Peste di Giustiniano — non ve la passate benissimo, ma avete un forte desiderio di allargare la vostra famiglia.

Nel mondo romano e bizantino l’adozione esiste da secoli ed è ben regolata dal diritto, soprattutto per questioni di eredità, continuità familiare e alleanze. Tuttavia, non è pensata principalmente come strumento “sociale” per accogliere orfani, come potremmo immaginarla oggi. Proprio sotto Giustiniano, il diritto viene riorganizzato e reso più coerente: le procedure restano formali, ma in alcuni casi possono risultare più snelle rispetto al passato.

Quali possibilità avete, dunque?


  • Accordo con un’altra famiglia


Potreste chiedere a un vostro conoscente di affidarvi uno dei suoi figli. Questa pratica è perfettamente legale e ben attestata, soprattutto tra famiglie che vogliono:

  • gestire meglio il patrimonio,

  • evitare conflitti ereditari,

  • rafforzare legami sociali o politici.

L’adozione, però, non è una semplice formalità: richiede un atto legale riconosciuto, perché comporta un cambiamento importante di status (il passaggio sotto una nuova autorità familiare). In compenso, rispetto ad epoche precedenti, le procedure possono risultare più lineari.

Non è nemmeno necessario che l’adottato sia un bambino: anche un adulto può essere adottato, specialmente per garantire una successione o la gestione dei beni. Le donne sono meno frequentemente coinvolte in questo tipo di operazioni, ma non è qualcosa di del tutto impossibile.


  • Orfanotrofi e istituzioni caritative


Potete rivolgervi a strutture assistenziali — spesso legate alla Chiesa o a iniziative pubbliche — che raccolgono orfani e bambini abbandonati. Questi luoghi forniscono assistenza di base e rappresentano un punto di raccolta importante in una società segnata da guerre e crisi demografiche.

Non esiste però un vero e proprio sistema organizzato di “adozione” come lo intendiamo oggi: queste istituzioni possono facilitare l’affidamento di un minore, ma per trasformare quel rapporto in un’adozione legale è comunque necessario un atto formale. In molti casi, quindi, si crea una situazione intermedia tra accoglienza, servizio e integrazione familiare.


  • Bambini abbandonati


Passeggiando per la città, potreste imbattervi in bambini esposti. L’abbandono dei neonati è una pratica purtroppo diffusa e socialmente tollerata.

Raccogliere uno di questi bambini vi dà diverse possibilità:

  • crescerlo come membro della famiglia,

  • utilizzarlo come manodopera domestica,

  • oppure, nei casi più duri, venderlo come schiavo.

Tuttavia, è importante distinguere: accogliere un bambino non significa automaticamente adottarlo dal punto di vista legale. Perché diventi vostro figlio a tutti gli effetti, con diritti ereditari, serve comunque una procedura giuridica riconosciuta.


  • Mercato degli schiavi


Un’ultima possibilità è acquistare un minore al mercato degli schiavi. In questo caso, però, non si tratta di adozione: il bambino diventa una proprietà. Solo in un secondo momento, eventualmente, potrebbe essere liberato e integrato nella famiglia, ma si tratta di un percorso diverso e non automatico.

Un ultimo appunto: il sistema resta fortemente patriarcale.


L’adozione è tradizionalmente legata alla figura maschile e all’autorità familiare. Tuttavia, già in età giustinianea emergono alcune aperture, soprattutto in situazioni particolari (come vedove senza figli), anche se non si può ancora parlare di piena parità. Le evoluzioni successive, anche nei secoli seguenti, renderanno questi meccanismi più flessibili.

In definitiva, rispetto al passato il sistema appare più organizzato e in certi casi più accessibile, ma resta profondamente diverso dal nostro: più che uno strumento di tutela dei minori, l’adozione è soprattutto un mezzo per garantire continuità familiare, stabilità economica e ordine sociale.


Un articolo di Emanuele Rizzardi


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