Stiamo affrontando un periodo problematico.
Da questa semplice considerazione è nata una riflessione su alcuni avvenimenti del passato, che mi ha suscitato delle perplessità su come venga oggi percepita la vicenda russo-ucraina: l’ennesimo picco di una tensione, fra l’Occidente e la Russia, che si protrae da oltre due secoli. In questo breve articolo cercherò di riassumere la storia di quella che considero una malattia della mente, ormai ben presente in molti ambiti politici europei: la russofobia.
L’inizio di questa rivalità può essere fatto risalire alle riforme avviate da Pietro il Grande (1682-1725), che modernizzò il vecchio Stato zarista, aprendo la strada a una progressiva inclusione della Russia nello scenario politico europeo. Un ospite inatteso per le grandi potenze dell’Europa occidentale, che ben presto lo trovarono scomodo. La Russia, dal canto suo, viveva e vive tuttora con il timore di essere accerchiata e invasa, a causa delle aggressioni subite nel corso della sua storia da parte delle selvagge tribù nomadi (tipo l’Orda d’oro), dalle quali si è liberata con non poca pena.
Nel corso del XVIII secolo e fino alla sconfitta definitiva di Napoleone (1815), i rapporti fra l’Impero russo e le potenze occidentali non furono sempre ostili: sorsero talvolta alleanze e collaborazioni militari con risultati tangibili. Tuttavia, la sfiducia di fondo non venne mai meno e, con la fulminea ascesa di Napoleone, si acuì ulteriormente.
All’epoca, la maggiore potenza occidentale era l’Inghilterra, che aveva esteso il proprio dominio su larga parte del globo. Certa della propria supremazia, Londra guardava con sospetto qualunque accordo tra la Russia e la Francia napoleonica. Si sparsero insinuazioni, sostenute da informazioni (vere o presunte) dei servizi segreti inglesi, secondo cui, dopo la battaglia di Friedland (e la Pace di Tilsit del 1807), sarebbe stato firmato un trattato segreto fra lo Zar Alessandro I (1801 - 1825) e Napoleone per avviare una spedizione militare congiunta verso l’India, il gioiello della corona britannica.
Nel XIX secolo, l’India era di fatto gestita dalla Compagnia delle Indie Orientali, una vera e propria “privatizzazione ante litteram” a cui il governo inglese aveva concesso poteri enormi per sfruttarne le risorse. La Compagnia possedeva persino un proprio esercito, costituito prevalentemente da truppa locale (i sepoy), integrati da pochi militari britannici e sostenuti da un’imponente burocrazia locale e inglese. L’obiettivo era chiaro: garantire che i tesori naturali dell’India non smettessero di fluire verso la “Madrepatria” e le sue industrie.
In questo contesto, l’idea di un’invasione russa dell’India fece esplodere una malefica paranoia in molti membri del governo britannico, spesso azionisti della stessa Compagnia. Tali timori — che potremmo definire i primi segnali della “russofobia” ottocentesca — alimentarono nel corso del secolo stampa, editoria, opinione pubblica e ambienti politici.
Proprio in questo contesto nasce il cosiddetto Grande Gioco, la competizione geopolitica fra Russia e Inghilterra per il controllo dell’Asia centrale. Spie, esploratori, militari e diplomatici di entrambe le parti si mossero per decenni in quell’area, con l’obiettivo di prevalere ed evitare, dal punto di vista inglese, l’avanzata dell’“Orso del Nord” verso l’India; mentre lo Zar tentava di annettere quante più regioni asiatiche possibili. Si trattava di un colonialismo terrestre contrapposto al colonialismo marittimo inglese, entrambi finalizzati a espandere mercati e influenze sulle rotte commerciali costituite dalle piste carovaniere.
L’impresa russa, tuttavia, era resa difficoltosa dai territori montani dell’Afghanistan, dalle escursioni termiche estreme (che condussero alla distruzione più di una spedizione militare), dalle vie di comunicazione impervie e dai vasti deserti e steppe dell’Asia Centrale. L’India godeva così di una sorta di protezione naturale, cui si inserivano popolazioni poco inclini a sottomettersi. Ciononostante, in Inghilterra continuava la paranoia russa.
In questo clima di sospetti, uno degli episodi chiave fu l’arrivo del capitano Ivan Vitkevič alla corte di Dost Mohammed, sovrano dell’Afghanistan: circostanza sufficiente a far scattare l’allarme a Delhi (capitale dell’India britannica). Alexander Burnes, esploratore, scrittore e diplomatico scozzese, in missione nel territorio afghano, segnalò l’avvistamento, come Titti e Gatto Silvestro: mi è sembrato di vedere un... russo.
Nel 1838, il governo indiano, temendo l’ingerenza russa, decise di intervenire militarmente con un’azione preventiva: l’esercito britannico depose Dost Mohammed (della dinastia Barakzai) e insediò sul trono afghano un sovrano fantoccio, Shāh Shujā Durrānī, che aveva già regnato in passato e aspirava a riprendersi il potere sul Khorasan (antico nome dell’Afghanistan).
Le cose, però, non andarono come sperato. I britannici sminuirono il malcontento della popolazione, esasperata dalle ruberie dei nuovi amministratori e dall’arroganza degli occupanti stranieri. La rivolta che ne seguì si trasformò in un vero e proprio dramma: durante la ritirata da Kabul (6-13 gennaio 1842), l’intero corpo di spedizione britannico — oltre sedicimila tra soldati inglesi, sepoy e civili — fu massacrato dagli insorti guidati da Akbār Khan, figlio del sovrano deposto, mentre tentava di attraversare le montagne in pieno inverno. L’unico sopravvissuto che riuscì a raggiungere Jalalabad fu il medico militare William Brydon.
La disfatta fu dovuta innanzitutto a informazioni false in merito a una minaccia d’invasione russa pressoché inesistente (lo stesso Burnes, dal carattere mutevole, morì durante l’insurrezione), ma anche all’incapacità dei generali britannici e dell’inviato politico di Delhi di prendere decisioni sensate. L’Inghilterra fu così costretta a “rispolverare” Dost Mohammed, reinsediandolo sul trono dopo l’assassinio di Shāh Shujā. Nonostante la bruciante lezione, Londra continuò ad accusare la Russia di tramare nell’ombra per invadere l’India.
In mezzo a sospetti reciproci, lo zar Nicola I (1796-1855) tentò di allentare la tensione chiedendo e ottenendo un incontro con la giovane regina Vittoria, in Inghilterra. L’idea di una riconciliazione spaventò i “falchi” londinesi, che avviarono una campagna denigratoria contro il sovrano russo. I loro sforzi, però, non ebbero l’esito sperato, almeno in un primo momento.
Vittoria rimase colpita positivamente dallo zar, che le era stato presentato come un barbaro rozzo e aggressivo. In una lettera del 4 giugno 1844, indirizzata allo zio, la regina lo descrisse come uomo dai modi gentili, anche se un po’ triste:
“Comunque sia, è una persona con cui è facile andare d’accordo.”
I politici e la stampa londinesi non presero però per buone le impressioni della Regina e non accantonarono la paranoia. Abituati a considerarsi destinati dalla provvidenza a comandare sul mondo e a reprimere chiunque la pensasse diversamente o avesse le stesse mire, non ci pensarono due volte ad avviare azioni di delegittimazione dell’avversario. La Russia, ovviamente, rispose a tanta ingiustificata faziosità, pretendendo il suo spazio vitale e mirando a espandersi nel Caucaso e attorno al Mar Nero, minacciando perfino Costantinopoli. La diffidenza infine esplose pochi anni dopo l’incontro tra i due Capi di Stato, nella Guerra di Crimea (1853-1856). La coalizione anglo-francese-ottomana riportò un successo militare, ma la Russia non ne uscì del tutto fiaccata: nell’arco di cinquant’anni continuò a espandersi e a ottenere importati vittorie, fino alla clamorosa sconfitta contro il Giappone nel 1905.
Nel leggere di questi avvenimenti passati, resta un dato di fondo: lo scontro con la Russia — zarista, sovietica o contemporanea — sembra segnare le politiche, le economie e la psiche degli occidentali da più di due secoli. L’esperienza del Grande Gioco mostra come, già allora, la russofobia trovasse un terreno fertile. Però, con il passare del tempo, Russia e Inghilterra siglarono un compromesso con l’Anglo-Russian Convention del 1907, che di fatto segnò la fine ufficiale del Grande Gioco e ridisegnò le sfere d’influenza sull’Asia centrale, in particolare su Persia e Afghanistan. Fu un accordo motivato anche dalla necessità di contenere la crescente potenza della Germania, nuovo contendente sulla scacchiera europea. Proprio come era successo in passato (contro Napoleone), Russia e Inghilterra si trovarono – almeno formalmente – dalla stessa parte contro un nuovo nemico.
Tuttavia, anche questa collaborazione non sopravvisse a lungo all’innata diffidenza inglese, e americana, verso la Russia, un sentimento che la stampa, le pubblicazioni, il cinema, ecc. hanno alimentato, soprattutto nel periodo sovietico, ma anche adesso.
Nel XXI secolo, alla luce di questi precedenti, possiamo interpretare le mosse politiche e militari attuali con maggiore consapevolezza. Personaggi come Shāh Shujā, oppure — in periodi più vicini a noi — il presidente vietnamita Nguyễn Văn Thiệu o l’afghano Hamid Karzai, non appaiono così diversi da figure come Zelensky, almeno nell’ottica di “pedine” utili alle grandi potenze finché rispondono alle loro astruse strategie. La storia insegna che, se la convenienza strategica cambia, queste pedine possono essere scambiate, rimosse o persino sacrificate.
La Storia ci insegna che ad ogni passo verso un dialogo aperto spesso ne corrisponde un altro verso lo scontro. Per questo la memoria del Grande Gioco e le sue conseguenze ci aiutano a capire che i problemi con la Russia scaturiscono da fattori geopolitici e dall’incapacità a mantenere un dialogo costruttivo, e non intriso di sospetti, tra gli attori in campo. Un sentimento che, ancora oggi, spinge l’Europa a flirtare con lo spettro di un nuovo conflitto.
In conclusione, lo scontro ideologico e strategico con la Russia non è un’invenzione recente, bensì ha radici profonde e ancora vive. Se i protagonisti cambiano e le epoche si succedono, e se non mutano i meccanismi di fondo né i metodi utilizzati, un’accesa rivalità, come mostrano l’esperienza passata e le attuali crisi, rischia di alimentare tensioni dagli esiti imprevedibili.
Libri consigliati:
William Dalrymple, L’assedio di Delhi, Rizzoli, 2007;
William Dalrymple, Il ritorno di un re, Adelphi, 2015;
William Dalrymple, Anarchia, L'inarrestabile ascesa della Compagnia delle Indie Orientali, Adelphi, 2022;
Peter Hopkirk, Il Grande Gioco, Adelphi, 2010.
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